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ARCHIVIO
DEGLI APPUNTI
Continene
tutti gli aggiornamenti del sito fatti quando ero in Giappone.
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Un veloce
aggiornamento sul suicidio annunciato da un bambino giapponese perseguitato dai
suoi compagni: dopo la scadenza una nuova lettera ha spiegato che lfautore
è ormai un ex-bambino e che non si sarebbe certo suicidato. Al suo posto
almeno altre nove bambini hanno approfittato di questa scadenza per suicidarsi a
loro volta.
Intanto
i supermercati come niente hanno cominciato a preparare il Natale dei regali,
cercando di vendere più cose
possibile. È da notare che il Natale non è una festa per i
bambini: qui sono le coppie che si incontrano il 25, vanno a Disneyland (la
gente considera il massimo del romantico andare in giro mano nella mano tra
pupazzoni di topolino) e poi a cena in un ristorantino italiano. A capodanno
invece si starà in famiglia, ad annoiarsi tutti insieme davanti a un
concerto televisivo che neanche Sanremoc
Il Giappone è sano o
malato? Questa è una domanda che mi faccio spesso anchfio quando sono
in metro e vedo il panorama umano che ho davanti. Anche se poi tutti i dubbi
spariscono quando parlo con le varie persone, andando oltre allfimmagine
stereotipata che loro stessi mi propongono.
Di questi giorni è però
una notizia che se non fosse tragica sarebbe romanzesca: delle lettere anonime
scritte da un bambino comunicano che il giorno undici novembre lfinfante si
uccidera`. Questo a meno che non avvengano cambiamenti radicali nella sua
scuola, unica colpevole della sua decisione.
La notizia è comunicata
dalla radio, dai giornali e crea una situazione veramente da romanzo: il bambino
non si sa da dove scrivi o a che situazione faccia riferimento, lfunica cosa
che si sa è che se non cambia qualcosa lui si suicida.
E adesso tutti aspettano
lfundici novembrec ma è normale una cosa del genere?
Allfinizio
gli esami di ammissione erano solo allfuniversita`, in Giappone. Per questo mi
pare che lfuniversità italiana stia
tendendo pericolosamente verso il modello nipponico. Di più,
anche le superiori mi
sembrano star andando verso quella direzione.
La base del
sistema scolastico giapponese è
lfesame di ammissione centralizzato. In base a quello ogni studente riceve un
punteggio che gli permetterà poi di accedere
a una determinata università. Il prestigio di questfultima sarà
quello che permetterà
poi di avere o meno una brillante carriera futura.
Si può
allora immaginare la pressione per avere ottimi risultati al test di ammissione
per le università: un pullulare di scuole private che preparano a questo
esame, una graduatoria impietosa delle superiori che hanno il miglior rapporto
studenti/ammessi. E più
queste istituzioni pre-esame sono efficienti, più hanno richieste
di ammissione a loro volta. E quindi anche loro hanno il loro bravo esame di
ammissione.
Se fino alla
scuola media la via è
più
o meno fissata (scuola elementare di quartiere, scuola media di distretto) e
indolore (non esistono esami o bocciature) poi è lfinferno. A
quindici anni si entra infatti nel magico mondo dei test e dei quiz. I ragazzini
che escono da scuole in cui si coltivano le piante e si allevano gli animali si
devono riprogrammare nella logica dei test dfammissione.
Per evitare
questo stress ai futuri studenti alcune università private hanno creato
allora delle scuole superiori proprie con le medie annesse. Lo hanno fatto in
modo che non ci sia piu` bisogno di prepararsi per il test e
permettere così
agli studenti di studiare veramente. Solo che le tante richieste hanno poi
imposto il numero chiuso con conseguenti esami di ammissione, anticipati alle
scuole medie. O elementari, o allfasilo.
Ma
allfinizio erano solo le università, ricordiamocelo.
Il Giappone si
vanta di avere quattro stagioni: lo scrivono a chiare lettere nei libri di
lingua, lo annuncino con soddisfazione le persone con cui si parla. Primavera,
estate, autunno, inverno: quattro stagioni. Ma mentono.
Lo dicono per
differenziarsi da tutti i vicini, che vanno dalla monotematica Malesia (estate
tutto lfanno) allfIndocina monsonica. Un elemento, insomma, che rafforza
lfidentità giapponese in quanto galtrah rispetto allfAsia.
E che
purtroppo fa dimenticare una quinta stagione jolly, che cambia di anno in anno.
È la stagione dei tifoni, intesi come grossi gruppi di nuvole cariche di
pioggia che riducono la Tokyo estiva in una specie di Londra primaverile. Niente
di drammatico, insomma, solo quattro gocce che cadono per giorni e giorni, senza
fermarsi mai.
Questa quinta
stagione comincia più o meno a luglio, ma varia perché dipende dai
capricci delle nuvole. In questo mondo si hanno estati gcorteh con tante
piogge e temperature basse alternate a estati glungheh, torride e assolate.
In entrambi i casi, con le dovute differenze, il clima è umido, non si
scappa. Solo che in un caso il sole non si vede, nellfaltro si sente!
Quello che
sicuramente non cambia è la temperatura dellfaria condizionata nelle
metro e nei locali pubblici: invernale indipendentemente da come è fuori.
Me
ne sto solo, mezzo seduto sul letto di quella clinica privata, le orecchie tese
a sentire i rumori da fuori della tenda: pasi affrettati, toni di voci vari,
urla di bambini.
Improvvisamente viene da me
unfinfermiera che mi chiede cosa ho e perché sono lì.
È la prima persona che lo fa. Cerco di spiegarle quanto sia malato
e bisognoso di cure. Lei non dice niente, solo annota e annuisce. E poi
scompare. E io non posso far altro che aspettare.
Come una visione, appare il
medico che si siede a un metro da me. È stanco, più che
parlare brontola qualcosa. Lfinfermiera è al suo fianco e gli ripete
quello che ha annotato. Io non apro bocca, lui non mi guarda neanche in faccia.
Dichiara la mia malattia, si alza e se ne va. Lfinfermiera invece non va via,
rimane. Con una voce quasi robotica mi spiega cosfha detto il dottore e
aggiunge che adesso mi prescriveranno delle medicine. Quindi mi invita a
aspettare fuori, nell'affollatissima sala d'attesa.
Alla fine la segretaria dice il
mio nome, io vado: devo pagare la visita per avere in cambio il libretto
sanitario e le ricette per le medicine. Questfultime, mi viene spiegato, le
devo comprare nella farmacia a fianco. Non ho scelta: devo andare lì. Non
mi importa, pago e ringrazio.
La farmacia è proprio
accanto, in effetti. Consegno le ricette, mi chiedono anche il libretto
sanitario. Poi mi dicono di aspettare. E che faccio? Aspetto.
Alla fine, mi danno queste
medicine: in delle bustine di carta per la spesa ci sono delle bustine
trasparenti e delle pillole sciolte. Non so il nome, non so le
controindicazioni, la composizione: niente. In compenso la farmacista mi spiega
la posologia e aggiunge che il tutto è sufficiente per cinque giorni.
Dopo dovrò tornare.
Me ne vado felice di non dover
più aspettare e anche curioso: chissà che medicine saranno? E mi
viene in mente il fatto che anni fa una ragazza si era intossicata prendendo
delle medicine prescrittole da un falso medico. Speriamo che non vada a finire
cosìc.
(parte 2)
I pazienti
aspettano, i medici appaiono allfimprovviso, vaticinano e quindi curano: così
è in Giappone. Verrebbe da dire la medicina come atto di fedec
Lfattesa
messianica comincia subito: quando entro nellfambulatorio, consegno il
libretto sanitario alla segretaria e poi devo aspettare. Come gli altri che già
ci sono e che occupano tutto lo spazio disponibile, tanto che devo stare in
piedi. Il tempo passa, la segretaria snocciola dei nomi e i fortunati possono
varcare la soglia.
Ogni tanto
entrano delle persone coperte e con tanto di mascherina: quando consegnano il
libretto confabulano qualcosa e la segretaria li porta fuori, in mezzo alla
strada, e ce li lascia. Poco dopo li va a riprendere e li porta direttamente di
là, nei luoghi dove dovrebbe esserci il medico. E io intanto aspetto e
non posso fare a meno di invidiare quei fortunati che sono arrivati e subito
sono stati visitati: eccoli che escono già. Magari saranno anche
contagiosi, peròc.
È il
mio turno, entro tutto felice. Ma mi ritrovo in una seconda sala dfaspetto.
È più piccola e
soffocante, ma almeno ci si può sedere. Attendo.
Unfinfermiera
mi viene a chiamare, la devo seguire in silenzio. È fatta, sono ammesso
in una stanzetta con un lettino e una tendina al posto delle pareti. Però
non cfè nessuno e lfinfermiera scompare subito.
Aspetto, ormai
sono diventato bravissimo. Direi che a forza di attendere sono già mezzo
guarito: certo che è proprio un bravo medico, neanche lfho visto che mi
sento meglio!
(parte 1)
Spesso si cade
nellfinganno di considerare Tokyo e tutto quello che gli sta intorno come una
specie di non-luogo, asettico e freddo. Succede soprattutto quando si è
costretti a muoversi continuamente servendosi dellfefficiente rete
ferroviaria, strutturalmente asettica e fredda. Così si cade
nellfinganno di considerare tutta Tokyo un grande non-luogo.
Poi, leggendo
il giornale, ci si imbatte con lfinserto del comune. E leggendosi con calma
queste paginette esce finalmente fuori una certa vivacità locale. In
questo modo, comodamente seduto a casa mia, posso allora sapere quanti siamo ad
abitare in zona e quali sono gli appuntamenti burocratici del mese. Ma non solo.
Parliamo
infatti di un giornale di otto pagine senza pubblicità: come riempirle?
Semplicemente si lascia spazio alle varie attività sportive o culturali
organizzate da persone qualsiasi, usufruendo dai numerosi spazi dati
gratuitamente in uso dal comune. E scorrere
questi annunci aiuta a formarsi unfidea di cosa succeda a livello associativo:
feste danzanti a cui partecipare, spettacoli teatrali da allestire, corsi di
ikebana, club di tiro con lfarco e via dicendo. Oltre a volontari vari per
assistenza agli anziani o per la pulizia dei parchi, ovviamente.
Oltre a questo
sono ben presentate i servizi accessibili allfinterno del comune: per esempio
ci sono i vari servizi di consulenza gratuiti (dalle tasse a come comprare una
casa nuova) oppure lforario di accesso delle palestre pubbliche. E anche i
costi di questi servizi. Infatti, in ogni numero del giornale viene presentato
il bilancio dei vari centri sociali. E, chiaramente, verso la fine dellfanno
fiscale e al suo inizio vengono presentati i bilanci definitivi del comune
stesso.
Due volte al
mese il comune stampa questa specie di giornalino e lo diffonda in allegato ai
giornali veri. Oltre a renderlo disponile nelle varie biblioteche o uffici
comunali. Non male come trasparenza, a conti fattic
Il Giappone
stanno chiudendo i reparti maternità dei vari ospedali, una riduzione del
10% in tutto il paese. Mancano i clienti. O meglio, i pazienti (ma qui gli
ospedali sono semi-privatic). Ma, soprattutto, mancano i medici: perché
specializzarsi in qualcosa che non ha futuro?
La stranezza
è che città come Tokyo stanno vivendo un vero e proprio mini baby
boom. Soprattutto nelle zone di semi periferia ci sono sempre più coppie
giovani con almeno due figli. E infatti le scuole hanno ripreso ad assumere dopo
anni di magra.
Al contrario,
nelle campagne la situazione si fa sempre più difficile:
di giovani ce ne sono sempre di meno e gli effetti sono evidenti. Uno è
quasi grottesco: ci sono delle feste tradizionali che erano dedicate solo ai
bambini dagli otto anni e che hanno pian piano alzato il limite dfetà
per non scomparirec
Più
drammatico è invece la graduale sparizione dellfuomo nella vita delle
montagne: se ci abitano solo anziani il loro raggio dfazione si riduce anno
dopo anno e la manutenzione dei sentieri, dei rifugi eccetera diminuisce di
conseguenza. Rendendo sempre più difficile recuperare certe zone ormai
lasciate al dominio dei cinghiali.
Ma quello che
fa toccare con mano la situazione è ascoltare i discorsi ufficiali dei
sindaci locali che annunciano, con gioia, che quel tal villaggio nelle montagne
ha visto finalmente nascere un bimbo dopo dieci anni. Dieci annic
Vedere la cartina dei mezzi pubblici di Tokyo fa venire il
mal di testa: ci sono una marea di linee colorate che si incrociano, che si
mischiano, che si scontrano, che si... Per rendere le cose più semplici
hanno pensato bene di aggiungere ai nome delle stazioni delle sigle che ne
facilitino l'identificazione: per esempio la stazione Takadanobaba è
diventato anche T5. Sembra la battaglia navale...
Esistono almeno sei società che gestiscono i
trasporti su ferro (quelli su gomma, gli autobus, sono una storia a parte).
Ognuna di queste società ha le proprie stazioni, i propri tralicci, i
propri alberghi (chiaramente sopra ogni stazione principale c'è anche il
mega albergo destinato ai passeggeri) e via dicendo. Fino a poco temp fa era
infernale orientarsi coi biglietti: ogni volta bisognava ricomprarne uno nuovo.
Adesso, dopo decenni, sono finalmente riusciti a fare una carta prepagata che
vale per tutti. Tutto a posto? No.
La JR, le ferrovie di stato giapponesi (che non sono più
di stato, tra l'altro), si sono rifiutati di aderire a questa carta comune e ne
hanno fatto una propria: la Suika Card. E per convincere tutti che è
utile e bella hanno fatto una campagna pubblicitaria a tappeto usando come
mascotte un simpatico pinguino. Con il risultato che adesso sui treni della JR
si trovano dei cartelli che spiegano ai passegeri come i pinguini: 1) non
mangiano il gelato, 2) non si lavano i denti, 3) non vanno in giro con le
valigie, 4) non vanno in giro per Tokyo mano nella mano con la modella del
momento, 5) non ci dormono insieme.
Chiamali stupidi, i pinguini....
Oggi, primo
maggio, è giorno di lavoro: capita di lunedì! In compenso, dal 3
in poi, ci saranno ben tre giorni di festa: un giorno per commemorare la
costituzione, uno perché è festa e basta, e uno per i bambini. Sul
calendario è proprio scritto così: giorno dei bambini. Le scuole
sono appena iniziate e questi tre giorni sono sempre attesi come le prime
vacanze del nuovo anno. Infatti, a secondo della società, capita anche di
avere una settimana intera di ferie tra ponti e quantfaltro.
Sette giorni
di vacanza, la GOLDEN WEEK. Chiamata dai giapponesi proprio così,
allfinglese. Perché il tempo vale oro!
Dal 2001, anno
dellfItalia in Giappone, proprio durante la golden week si tiene il festival
di cinema italiano, lfunico del suo genere in Giappone. Ogni volta, in un
cinema nel quartiere più rinomato di Tokyo, vengono proposti per sette
giorni una dozzina di film italiani tra i migliori dellfannata appena
terminata. I film sono scelti in loco da critici giapponesi. Poi una commissione
italiana, che decide sui finanziamenti per i sottotitoli, deve scegliere quale
va bene e quale no tra i selezionati: ad esempio questfanno era stato
selezionato Viva Zapatero ma la controparte italiana ha preferito non appoggiare
questa sceltac
Per
lfedizione 2006 i film scelti sono stati: La spettatrice (di Paolo
Franchi), La vita che vorrei (di Giuseppe Piccioni), Cuore sacro (di
Ferzan Ozpetek), La bestia nel cuore (di Cristina Comencini), Mater
natura (di Massimo Andrei), I giorni dell'abbandono (di Roberto
Faenza), La seconda notte di nozze (di Pupi Avati), Manuale d'amore (di
Giovanni Veronesi), Quo vadis, baby? (di Gabriele Salvatores), Te lo
leggo negli occhi (di Valia Santella), La febbre (di Alessandro
D'Alatri), Quando sei nato, non puoi piu' nasconderti (di Marco Tullio
Giordana).
Una cosa che mi colpisce del
Giappone è la paura che i mass media ti istillano continuamente.
La premessa da fare
è che la sicurezza sociale qui è di livello altissimo: i ladri
sono praticamente sconosciuti, la notte ci si può muovere senza problemi,
la gente per strada fa quello che vuole e via dicendo. Per capirci, il posto più
malfamato di Tokyo è controllato da telecamere onnipresenti, pattugliato
continuamente e, soprattutto, frequentato da chiunque a tutte le ore. Eppure...
I giapponesi ritengono di vivere
in una realtà pericolosa e, soprattutto, decaduta. E la televisione,
specie quella commerciale, fa di tutto per convincerli di questfidea. Per
esempio, badando ai dettagli e ignorando tutto il resto. E più i dettagli
sono da grand guignol, maggiore sarà lfeccitazione delle TV. Il
risultato è la paura, ma non solo.
Si diffonde anche la sensazione
di essere in piena decadenza: accadono cose che mai sarebbero successe! Perché?
Questa nostra società è viziata, questi giovani di oggi...
Insomma, una televisione che conferma le sensazioni negativa della nuova fascia
sociale in aumento in Giappone: gli ultra cinquantenni. E che uniforma anche i
giovani teleutenti a queste idee.
Con il risultato che la paura
è sempre più padrona delle singole persone.
LfItaliano
è la seconda lingua straniera più studiata a Tokyo. Sempre più
si diffondono corsi universitari di lingua (magari in concomitanza con la
formazioni di fantomatici corsi di gstudi europeih). I ristoranti italiani
con lfapposito tricolore sono onnipresenti. Ormai tutti i supermercati vendono
olio, aceto balsamico e parmigiano. Timidamente comincia anche a diffondersi il
salame in busta. Si vedono in giro sempre più Alfa Romeo (ho visto anche
una Panda!) che si aggiungono alle numerose copie della Vespa made in Taiwan ma
comunque in circolazione.
Un grande
amore per lfItalia, evidentemente, che vorrebbe andare oltre al semplice
"business". Chissà se si tratta di una passione ricambiata...
È cominciato
il nuovo anno: si tratta del secondo capodanno in meno di quattro mesi. I numeri
non cambiano, siamo sempre nel 2006. È tutto il resto che cambia e si
rinnova.
Se il periodo
di capodanno si caratterizza per gli alberi innevati o i tronchi di bambu`,
questo secondo capodanno hai colori rosa dei petali di ciliegio, il clima caldo
per il sole e allegro per i picnic che si fanno allfombra dei ciliegi.
In effetti
è primavera e quindi la natura cambia. Così le attività
dellfuomo. Nello specifico, tutto quello che è pubblico termina il 31
marzo e ricomincia il primo aprile: così accade che a marzo, mentre sugli
alberi si notano le gemme, nelle strade si nota un numero notevole di lavori
pubblici. Le varie amministrazioni, infatti, si sbrigano a finire i soldi
disponibili. In modo simile, in questo periodo avvengono i trasferimenti e i
relativi traslochi, un pof per tutto il Giappone.
Quindi
ricomincia lfanno. In compagnia di un forte vento che spinge lontano il
vecchio e ci porta una prima idea di quel che sarà lfestate prossima
ventura.
In questo giorni il numero di
macchinette fotografiche in circolazione cresce in maniera esponenziale: si
avvicina infatti il periodo della fioritura dei ciliegi. E tutti vogliono poter
fotografare un rametto fiorito da mostrare poi agli amici che hanno, a loro
volta, fotografato lo stesso rametto fiorito, magari in unfaltra parte della
città.
Lfonnipresenza dei telefonini
con macchina fotografica annessa rende ancora più complicata
la vicenda. Passeggiando si vedono miriadi di persone che si allungano
pericolosamente per riuscire a immortalare il fragile fiorellino. E poi tutti
spediscono la preda agli amici, per far vedere la loro abilità e il loro
gusto.
In questa stagione (fine marzo,
inizio aprile), almeno a Tokyo, la foto del ciliegio in fiore è sinonimo
di normalità. Se si porta un megacavalletto e si armeggia per tre ore nei
dintorni di un albero fiorito in mezzo ai teli da picnic, disturbando le
chiacchiere degli altri, beh, è normale! Al contrario del solito nessuno
dirà niente, non ci saranno litigi o altro: ah, il potere dei petali
rosa!
Anche
se molti non la pensano allo stesso modo quando si parla di allergie dal
pollinec.
gScioperatoh
è una parola italiana intraducibile, residuo di un certo periodo storico
che, a ben vedere in Giappone non ha avuto modo di svilupparsi un minimo.
Infatti, una cosa che si fa presto a dimenticare vivendo a Tokyo è il
concetto stesso di gscioperoh: qui sono rarissimi, per non dire inesistenti.
Ugualmente lo sono le manifestazioni di massa: lfunica cosa che si avvicina a
quelle italiane sono i cortei del primo maggio, di cui ho già parlato e
che comunque sono, intendiamoci, ben poca cosa. Anche se, a ben vedere, i motivi
per protestare sarebbero numerosi, volendo. È un pof come lforario
estivo e lforario invernale: qui non esistono, ogni giorno è uguale al
precedente, si può essere certi che i treni partiranno allo stesso
orario, estate e inverno, senza dover controllare se qualche sigla sindacale ha
indetto uno sciopero. Forse che il Giappone non esistono i sindacati?
I sindacati ci
sono e sono tantissimi: sono di categoria, spezzettati e in lotta tra di loro.
Forse proprio per questa frantumazione hanno un impatto relativo. Per esempio,
se il potente sindacato della Società Autoferrotranviaria Keio organizza
uno sciopero generale degli autisti con manifestazione relativa, lo farà
solo in riferimento alla linea dellfautobus 87, lfunica che la Keio gestisce
in quella zona: sicuramente il picchetto con cartelloni e manifesti farà
effetto, ma solo ai pochi fortunati che passano di lì per caso.
Sicuramente i
motivi veri per cui gli scioperi non sono così avvertiti sono due: il
divieto di sciopero per i dipendenti pubblici (e relativo divieto di iscrizione
ad alcun partito politico) e, soprattutto, un paternalismo aziendale sempre più
favorevole al lavoratore man mano che le dimensioni delle imprese aumentano. La
rappresentazione più plastica
di questfultimo punto è stata la percezione dei giapponesi di essere
tutti uguali: negli anni 90 più dellf80% della popolazione si riteneva
classe media. Come dire: siamo tutti più o meno ricchi, siamo tutti sulla
stessa barca, diamoci una mano.
Poi è
venuta la lunga crisi economica e, soprattutto, lfonda lunga dellfala
liberista del partito governativo. Il risultato è che questa
auto-percezione di essere tutti uguali è sempre più in crisi e che
i sindacati tradizionali, legati in rapporto simbiotico al paternalismo dei
dirigenti, sono sempre più in crisi. E per il futuro non si capisce bene
dove si andrà a parare.
Ma, per il
momento, niente scioperi in vista.
Ed è un bel vivere, per me utente.
La via della
seta si è riaperta, sembrano scoprire i giornali.
È di
ieri un commento in prima pagina a proposito del Sudoku. Cfera quasi stupore
nel tono in cui il giornalista descriveva il successo mondiale di questo gioco.
Ed è così che anche Lucca ha avuto lfonore di essere citata come
sede del mondiale di Sudoku.
In effetti il
Sudoku, almeno qui, è un gioco venduto da una specifica ditta tramite
specifiche pubblicazioni. I giornali gserih comprendono sempre un paginone
dedicato ai giochi, certo: ma si tratta di GO o di SHOGI. Sicuramente no il
Sudoku. È infatti il commentatore ha dovuto spiegare anche come si
scriveva in giapponese SU-DOKU, facendo intravedere il suo stupore nel capire
che il nome occidentale è, semplicemente, la sua traslitterazione.
In effetti il
gioco si è diffuso malgrado il Giappone, verrebbe da dire. Un
appassionato della Nuova Zelanda, dopo vari pellegrinaggi a Tokyo, è
riuscito a convincere un quotidiano locale a dedicare uno spazio al gioco. E da
lì , tramite il passaparola e grazie alla capillarità del mondo
dei media anglosassoni, il gioco ha conosciuto la sua fortuna. I giapponesi
niente, loro si accontentavano di giocarci sul treno.
E così
anchfio ho finalmente capito che quei tipi curvi e concentratissimi su pagine
fitte di numeri non erano squilibrati!
@
Da un paio di
settimana è cominciata la stagione dello hanami. Adesso a fiorire sono i
pruni, il che è sufficiente per giustificare un bel picnic al parco.
Attorno a questo piccolo evento (?) si radunano musici e saltimbanchi, negozi e
ambulanti che rallegrano le persone intenti a vedere i fiori sbocciare.
Sicuramente è uno dei momenti più belli della vita sociale in
Giappone, quando tutti sembrano buoni e positivi.
A
questfarmonia si aggiunge anche il bellissimo regalo di Shizuka-chan,
lfunica medaglia alle olimpiadi: grazie alla sua prodezza si è regalata
un posto dfonore nella storia dello sport nipponico e, soprattutto, una
semplicità assoluta nellfimpostare i discorsi con i giapponesi che si
conoscono allfombra dei pruni.
-Sei italiano?
Bella le olimpiadi, bellissime: hai visto Shizuka?-
Questo uno lo
chiede ingenuamente, senza pensare che è virtualmente impossibile
sfuggire allfesaltazione di Shizuka. Per fare sfoggio e sembrare più informati
di quel che si è si puo` rispondere con un:
-Si`,
bravissima. Ma lo sa che per la sua esibizione ha usato la stessa aria della
cerimonia di apertura?-
A questo
punto, allora, gli occhi dellfaltro si inumidiscano e la conversazione
continua nel seguente tono, che assicura allfitaliano di turno una nuova
amicizia:
-Voglio andare
in Italia: la cerimonia di apertura è stata così grandiosa che
lfItalia deve essere per forza una nazione bellissima!-
Continuando il
discorso dellfaltra volta, in Giappone i due gruppi di italiani che meno
capiscono la lingua e meno sono inseriti nella società che sono anche i
più compatti. I due gruppi sono agli estremi: uno è formato da
quelli mandati apposta dallfItalia, lfaltro da quelli che ci sono andati
quasi per caso. Lfuno e lfaltro hanno disponibilità economiche
opposte e, spesso, legami con lfItalia diversi. Eppure sono anche più
compatti al loro interno.
Nel mezzo cfè
il gruppo di quelli che hanno scelto di venire in Giappone a ragion veduta, per
motivi vari, e che cercano di inserirsi nella società. Spesso conoscono
la lingua, a volte hanno anche una vasta esperienza di soggiorni brevi in Asia.
Eppure questo gruppo è quello meno coeso al suo interno. Il motivo si
vede da quello che chiede loro la società giapponese: essere delle
eccezioni.
Solo in quanto
persone specialissime e uniche capita, a volte, che riescano a trovare delle
nicchie, dei piccoli spazi, in cui avere un trattamento pari, se non
superiore,ai giapponesi. Altrimenti anche questi italiani sono costretti a
galleggiare, magari cullati dallfillusione di essere stabili e legati alla
realtà che li circonda. Il che può essere vero almeno da un punto
di vista umano: si hanno più amici giapponesi, ci si muove a proprio
agio. Da un punto di vista economico e legale invece non potrà mai essere
così.
Questo succede
per via delle leggi che vedono negli stranieri degli ospiti da cacciare via al
più presto in quanto naturalmente non inseribili nel proprio tessuto
sociale. Al governo giapponese gli stranieri piacciono o ricchi o poveri, ma
comunque sempre pronti ad essere mandati via. Come sono, semplificando
moltissimo, gli italiani del primo e del terzo gruppo. E gli altri? In fondo chi
se ne importa, pensano i giapponesi: sono solo persone che pensano solo a
chiedere.
Il triste
è che la stessa cosa pensa tutta la comunità italiana in Giappone
che, infatti, non si concepisce come tale ma solo come accozzaglia di magnifiche
individualità.
La società italiana in
Giappone è microscopica: parliamo di un mille e cinquecento presenze
ufficiali, segnalate allfambasciata,
in tutto lfarcipelago. Il numero, intuitivamente,
dovrebbe essere raddoppiato per avere un quadro più o meno realistico che
comprende chi viene per un soggiorno breve (inferiore ai due anni). Malgrado le
dimensioni, non è un gruppo compatto, anzi.
Il modo migliore per osservarlo
è nel suo rapporto con il mondo esterno, con la società
giapponese. Esistono, allora, tre gruppi: gli italiani che hanno dei traduttori
professionisti sempre con loro, gli italiani che cercano di cavarsela da sé,
gli italiani che non sanno come cavarsela.
Il primo gruppo è formato dai
privilegiati mandati apposta dallo Stato o dalla propria società: dico
privilegiati non con intento polemico, ma perché le persone che
appartengono a questo gruppo hanno, per contratto, diritto a una serie di
privilegi in quanto obbligati a lavorare in una sede lontana da casa. E Tokyo
è considerata sede disagiata (almeno dal ministero degli affari esteri
italiano) e quindi lo sventurato che deve andarci a lavorare avrà tutta
una serie di privilegi, tra cui un traduttore che fa da tramite tra il suo mondo
e la società giapponese. Come risultato, chi appartiene a questa
categoria tende a restarsene chiuso nel suo mondo: frequenta solo italiani o
italofoni, al massimo si allarga ad altri stranieri. E la sua conoscenza di
Tokyo si limita alla zona centrale, quella degli uffici. La società
giapponese è qualcosa di alieno, da scoprire leggendo i giornali in
inglese o parlando con gli altri stranieri. Lavorano all'ambasciata, alla Banca
d'Italia. Sono dirigenti, impiegati di alto livello.
Il terzo gruppo è composto da
chi, per caso o per amore, si è ritrovato in Giappone senza avere una
preparazione minima, soprattutto linguistica. Si tratta di persone che non
possono comunicare con lfesterno
e sono costrette a galleggiare, chiusi nei loro micromondi di italiani o
italofoni. La società giapponese gli rimane aliena: apprendono benissimo
a seguirne le correnti, per sopravvivenza. Ma non ci si possono immergere. Li si
trova nei quartieri dormitorio attorno a Tokyo o nelle zone commerciali. Spesso
fanno i camerieri o s'improvvisano insegnanti di italiano.
Quelli
del primo e del terzo gruppo vivono, alla fin fine, in due mondi simili e, a
volte, si rincontrano nei numerosissimi ristoranti italiani: come clienti e
camerieri (facilmente), oppure come clienti e proprietario del ristorante (nei
casi più fortunati). Spesso si cercano a vicenda, sperando in un lavoro o
in un rapporto in cui lfessere italiano sia un merito, o
quasi.(continua nel prossimo
aggiornamento)
La cerimonia
di apertura dei giochi olimpici a Torino è piaciuta molto in Giappone.
Hanno colpito la fantasia la Ferrari rombante, il danzatore della Scala e tutto
lfarmamentario messo in mostra per accendere la fiaccola olimpica. La scena
è stata riproposta varie volta in televisione e, in molti, hanno
registrato il tutto per vederselo con calma.
Le reazioni di
chi vedeva, però, erano come quelle dei bambini quando vedono qualcosa di
magico, irreale. In effetti sembrava di assistere a qualcosa di favoloso, di
maestoso. Dei signori vestiti di tutto punto, specie in bianco, si sforzavano di
mostrare al mondo la grandezza dellfItalia. Sembrava quasi che si cercasse di
affermare che il Belpaese è la prima nazione al mondo per tante cose: la
storia, lfarte, i motoric E infatti alcuni hanno commentato: gcerto che
questi italiani sono proprio bravi a mostrareh. La frase finiva lí
anche perché cfero io, altrimenti avrebbe continuato con un
gpiuttosto che fareh.
In effetti era
uno spettacolo fastoso e maestoso: ma rivolto a chi? Era questa la domanda che
mi è venuta, alla fine. Lforganizzatore di tutto quello, o i vari
organizzatori, a chi pensavano? Dopotutto, far sfilare più quadri di
storia italiana (Dante, Rinascimento, Futurismo eccetera) non è una cosa
scontata. Anzi, si dà il caso che proprio Dante, Rinascimento e fascismo
(futurismo) siano gli unici periodi per cui lfItalia è conosciuta al
mondo. Insomma, sembrava di assistere a uno gigantesco spot pubblicitario
inventato da uno straniero o, peggio, da un italiano che è ormai
straniero al suo stesso paese, pur vivendoci.
Gli amici
giapponesi facevano il confronto con le olimpiadi di Nagano, quando alla
cerimonia avevano partecipato gli alunni delle elementari. Il risultato finale
era stato più modesto, forse, ma sicuramente il pubblico era più
vicino, più partecipe. Qualcosa di minimalista, forse, ma anche di
maggiormente sentito e meno spettacoloso.
In
ogni caso, per me è stato altamente significativo il concerto finale del
glorioso Pavarotti. Alla fine dellfimmane fatica (cantare con quel freddo e a
quellfetà è comunque una fatica) il nostro Luciano si è
portato le mani al cuore e ha assunto unfespressione addolorata. Mi sono
spaventato: vuoi vedere che gli è venuto un colpo al cuore e che
stramazza là, in mondovisione ? Per fortuna non è successo niente,
Pavarotti ha finito il suo intervento ed è uscito di scena. Ma il dubbio
è rimasto: non è che questa cerimonia sia stata lfultimo,
immenso, sforzo della signora Italia ormai centenaria, a corto di idee e di
energie?
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