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Le raccolte di fiabe popolari

da Basile a Calvino passando per i fratelli Grimm

 

Cfera una volta una farfalla colorata e vivace che addolciva la vita di chi la rimirava; tuttavia, dopo un giorno, triste destino, crepava. Ma come un niente, unfaltra nasceva, senza fine. A volte era rossa, altre volte bianca o colorata. Il nome di questa specie di farfalla era gracconto oraleh. Viveva un pof dappertutto, ma la sua patria di elezione era tra quelli che non avevano alternativa: gli illetterati che non potevano leggere libri, i poveri che non potevano comprare libri illustrati o simili. Noi la conosciamo meglio come fiaba popolare: quel racconto-raccontino, dalle molteplici versioni, destinato a divertire i bambini del popolo, analfabeti per età e pure figli di analfabeti.

La fiaba popolare nasceva per divertire, intrattenere: in una società priva di televisione-radio-fumetti-mangianastri la fiaba era essenziale. Ed essenziale era anche il ruolo del cantastorie. Infatti, la fiaba popolare mutava a seconda di chi la narrava, adattandosi con naturalezza alle platee che la ascoltavano per lfennesima volta. Molteplici ruoli venivano dati al racconto orale: educare, intrattenere, insegnare.

La fiaba popolare raccontava la realtà a chi non aveva altri modi per vederla, per età o condizione sociale: era lo specchio della società e il cantastorie, automaticamente, il suo interprete più autorevole. E misconosciuta, dato che quasi sempre era una donna. Gli uomini dovevano certamente pensare a cose più importanti dellfeducazione dei propri figli e sicuramente non avevano tempo per futilità come raccontare favole per bambini a chicchesia. E intanto le donne raccontavano storie di principi e poveracci, di magie e inganni, tramandando anche le regole morali (o immorali) che governavano la realtà.

Intanto la società cambiava e chi sapeva leggere e scrivere scopriva le fiabe popolari, anzi, le novelline, come le chiamavano con superiorità i vari intellettuali. Giambattista Basile, poeta napoletano del seicento, fu il primo a raccogliere le parole del popolo in una raccolta: il Pentamerone, reso accessibile a noi contemporanei da Benedetto Croce. E Basile fu anche il primo a ammazzare la freschezza e la leggerezza delle fiabe per inchiodarle nei fogli con lfinchiostro: i suoi gcuntih sono racconti pieni di sangue, orrori e paure. Sicuramente rispecchiano unfepoca non proprio idilliaca, ma certo il ruolo gdivinoh dellfAutore si sente pesantemente.

Cfè unfambiguità nellfautore delle raccolte di fiabe. Infatti, nello scrivere un qualcosa di proprio, lfuomo di lettere deve inventarsi tutto e prendersene la responsabilità e, se ceè, il merito. A contrario, nel caso di raccogliere fiabe popolari, lfintellettuale ha tutti i poteri (sceglie cosa inserire e lo gtraduceh dallforale allo scritto) e i meriti (che grande studioso a sobbarcarsi un tale lavoro) senza avere troppa responsabilità per quello che scrive (dopotutto sono parole di altri, mica sue). Anche per questo le raccolte di fiabe popolari non hanno gran fortuna, almeno fino al romanticismo, alla nascita del concetto di Volk, di popolo.

Grazie a Napoleone, lfEuropa scopre di essere un insieme di nazioni diverse. Mentre prima cfera una elite che parlava dappertutto allo stesso modo, disprezzava il popolino e manco ci si provava a capirlo, dopo ci sono nobili che cercano di riscoprire le proprie radici, che vanno al popolo. Guerra e pace ci racconta questo cambio epocale. E allora le raccolte di fiabe popolari, prima considerate, nei casi fortunati, poco più che passatempi (come dimostra lfopera del francese Perrault,gautoreh di Bianca Neve, nel 1700), diventano ora strumenti essenziali per scoprire le tradizioni del popolo, della nazione ggenuinah, non corrotta: un ritorno alle radici.

Lfopera dei Grimm nasce in questfambiente, la sua forza sta nella pretesa scientificità datagli dallfessere i Grimm entrambi laureati in legge e, almeno uno, professori universitari. A questo si aggiunge la missione gsacrah cui lfopera è destinata. Tanto sacra che i Grimm non esitano a correggere la lingua del popolo, ad abbellirla: stanno svolgendo una missione (il Grimm professore universitario ci ha lasciato anche diversi tomi sulla grammatica tedesca). A questo punto della fiaba popolare in quanto tale rimane poco, uccisa dalla prepotenza della penna, dallfimmortalità della carta.

La fiaba ha una morte lenta, unfagonia con tratti grotteschi, quasi ridicoli. Studiosi pieni di buona volontà se ne vanno nelle campagne a cercare gli ultimi eredi di una tradizione e scrivono, senza saperlo, storpiature di storie lette da qualche raccolta di fiabe popolari; artisti pieni di genio e desiderosi di avvicinarsi alle proprie radici ascoltano in silenzio, trascrivono abbellendo, aggiungendo canzoncine dfambientazione, smielando il tutto. In questo senso è un buon esempio Antonio De Nino (1837-1907) che uccide, scrivendo in italiano, le fiabe del suo amato Abruzzo, le ridicolizza cecando di ricreare unfatmosfera infantile e quindi più gverah, senza rendersi conto di spacciare per gabbruzzeseh anche delle copie di Mille e una notte. Altro esempio, migliore, è Domenico Giuseppe Bernoni che publica una raccolta di fiabe popolari venete raccolte alla fine del 1800: si possono trovare sette sue trascrizioni nella raccolta di Fiabe Italiane di Italo Calvino.

Italo Calvino è il punto di riferimento nelle raccolte di fiabe popolari italiane. Nel 1956 cura una raccolta di duecento fiabe scelte partendo da una bibliografia di ben settantatre raccolte fatte da altri, studiosi e no, negli ultimi cento anni. Le sue Fiabe italiane sono un monumento al racconto fantastico orale, forse lfunica raccolta gverahin Italia. È interessante a questo punto leggere il titolo completo del libro: Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino. Questfultimo, nella sua introduzione, spiega benissimo la sua metodologia, la sua fascinazione per questi racconti eccetera: dice anche come tutto il suo lavoro si sia basato su scritti di altri.

Fiabe italiane è un ottimo libro, una raccolte di bellissime fiabe che forse un pof tutti noi abbiamo orecchiato in qualche modo, in qualche momento della nostra vita. Italo Calvino cerca di rispettare il suo ruolo di curatore, di non diventare troppo protagonista: ci riesce anche, in parte. Il problema è che crea una tradizione senza saperlo, senza volerlo. Dove prima cfera solo la fantasia del cantastorie, la sua memoria tenace, la sua parlata tipica, ora cfè un libro che aspetta di essere aperto e letto. E studiato.

La fiaba popolare è morta, lasciando il campo alla fiaba tradizionale: come conseguenza gli studiosi eccetera si sono potuti gettare su di essa per poter scrivere di quello che qualcun altro aveva scritto. Antropologia, storia e psicologia si sbranano i resti della fiaba popolare. La fiaba popolare sarebbe il racconto fantastico di un popolo. E la fantasia, lo sappiamo tutti, tradisce qualcosa di chi la usa: le sue abitudini, i grandi fatti che gli succedono attorno, le sue paure piu` profonde: in questo senso, la Von Franz ci regala Le fiabe interpretate e Bruno Bettlheim Il mondo incantato. La fiaba ha perso la sua innocenza, non è più semplice racconto fantastico, è qualcosfaltro: la fiaba in quanto semplice fiaba è scomparsa.

Morta la fiaba, viva la fiaba? Gli stessi che la uccidono ci ripensano e la ricreano: Propp e Rodari ci invitano a riscoprire la fiaba, a riviverla creandola per nostro uso come gsfogoh, come semplice racconto senza stare tanto a pensarci. Lo fanno con due testi dal titolo assurdo: Morfologia della fiaba e La grammatica della fantasia. Sono titoli assurdi per la loro pretesa di dettare regole per permettere poi di creare, di poter tornare capaci di raccontare. Tra i due libri, a modo loro interessantissimi, quello di Rodari svetta perché tradisce la via tracciata dal titolo e se ne va per conto suo, tra sentieri di montagna, libero.

È proprio la libertà la caratteristica più bella e importante che avevano quelli che raccontavano le fiabe e di cui rimane traccia anche nel nostro italiano: affabulatori. La libertà di questi ultimi viene spesso rimpianta da pessimi scrittori che credono di scrivere romanzi interessanti e divertenti imitandone lo stile. E sbagliano, perché dimenticano che se nella fiaba popolare, nel racconto fantastico orale, tutto è permesso perché tutto viene subito perdonato e dimenticato, nella pagina scritta tutto rimane. Come le farfalle trafitte nella teca di un collezionista.

 

Breve bibiografia

Italo Calvino, Fiabe italiane, Oscar Mondadori, Milano 1993
Charles Perrault ; Fiabe, Biblioteca universale Rizzoli, Milano 2000

Giambattista Basile, Il Pentamerone, ossia La fiaba delle fiabe, Bibliopolis, .Napoli 2001.

Jakob e Wilhelm Grimm, Fiabe,. Adelphi, Milano 1999

Antonio De Nino, Usi e costumi abbruzzesi, vol.III, Firenze 1883

Domenico Giuseppe Bernoni , Fiabe popolari veneziane, Filippi,.Venezia :1969
Marie Louise Von Franz, Le fiabe interpretate, Bollati Boringhieri, Torino 1980

Bruno Bettelheim, Il mondo incantato, Feltrinelli 1975

Vladimir Ja. Propp , Morfologia della fiaba, . Einaudi, Torino 2000

Gianni Rodari, Grammatica della fantasia: introduzione all'arte di inventare storie,. Einaudi ragazzi, Trieste 2003


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