Home page
Articoli
Biografia
Qui sotto ci sono i libri di cui ho parlato:

GIORNI GIAPPONESI di Angela Staude in Terzani (Longanesi 2006)

LO STRANIERO  di Albert Camus (Bompiani 2001)

ELEAZAR OVVERO LA SORGENTE E IL ROVETO di Michel Tournier (Garzanti 2000)

 DESIDERO INFORMARLA CHE LE ABBIAMO TROVATO UN CUORE di Ugo Barbara (Piemme 1999)

NON RIMANERE SOLI di Giorgio Scerbanenco (Garzanti 2003) 

 

@

LE REGOLE DELLA PIETÀ di Guibert Hervé (Marsilio 1995)

 

DOTTORE È FINITO IL DIESEL di Alberto Reggiori (Marietti 1820, 2004)

 

@

L'IMPRESA SENZA FINE di Paolo Barbaro (Marsilio 1998) 

 

SCRITTURA CUNEIFORME di Abdolah Kader (Iperborea 2003)
 

IL LATTE È BUONO di Garane Garane (Cosmo Iannone 2005)

@
@
@
@

LE MIE RECENSIONI

Questo è l'archivio delle recensioni che ho fatto io sui libri degli altri e che ho poi pubblicato sul sito

@

NEL GIAPPONE DELLE DONNE di Antonietta Pastore e GIORNI GIAPPONESI di Angela Staude in Terzani sono due esempi antitetici di come scrivere un saggio su un paese lontano, possibilmente sconosciuto ai più e, forse anche per questo, circondato da leggende e razzismo in modo notevole.

Il libro di Antonietta Pastore riesce a parlarci di leggi, statistiche e femminismo senza per questo annoiarci. Il che è una cosa difficile per un saggio che, sin dal titolo di parte, potrebbe anche non invitare alla lettura. E invece prende, cattura e intriga attraverso dei ritratti veri di tante donne reali, conosciute e frequentate per anni dallfautrice. In questo modo il Giappone diventa qualcosa di vivo, descritto direttamente senza filtri, neanche linguistici. E ne vengono registrati anche i mutamenti più recenti, grazie a una frequentazione che non si è mai interrotta, anche dopo il ritorno della Pastore nella sua Torino.

Al contrario manca di aggiornamento il libro di Angela Staude in Terzani: si tratta semplicemente della riproposizione pari pari del suo diario, scritto durante il lungo (???) soggiorno a Tokyo con il marito. Niente è stato aggiornato o corretto, perfino i pochi termini giapponesi usati sono sbagliati: si parla del Giappone come appariva alla fine degli anni f80, quasi venti anni fa, spacciandolo come uguale a quello attuale. Il lato positivo di questo scritto è nellfosservare come, dalle sue pagine, emergano chiaramente tutti i problemi di interpretazione che una realtà complessa come quella giapponese puo` creare su degli stranieri gimpreparatih allfimpatto, come Angela Terzani ammette di essere nella sua prefazione.

NEL GIAPPONE DELLE DONNE e GIORNI GIAPPONESI sono due saggi che rappresentano i due estremi di come uno straniero possa descrivere un paese a lui estraneo. Antonietta Pastore cerca solo di ascoltare e descrivere, senza pretendere di interpretare, tracciando una successione di ritratti. Al contrario la Terzani si sforza eroicamente di capire tutto e giudicare tutto senza considerare le persone vere ma i loro riflessi negli articoli e nei discorsi altrui. Ma di questo aveva parlato anche Said.  


Albert Camus e il suo LO STRANIERO, Erri De Luca e il suo TRE CAVALLI: due romanzi che mettono al centro della trama un singolo uomo con le sue emozioni e al cui servizio usano il linguaggio più adatto.

Albert Camus ci racconta lfestraniazione totale del protagonista e il suo agire quasi passivo, casuale. Tanto casuale che alla fine uccide senza neanche rendersene conto. Ma non cfè rimorso, non cfè pentimento o altre cose: tutto accade perché così deve accadere. Un anti-eroe verrebbe da dire, ma che nella sua completa estraneità alla vita che gli scorre intorno ci fa vibrare qualcosa dentro, ce lo fa sentire più vicino di quanto vorremmo. E più reale e vivo per la sua totale mancanza di banalità.

Al contrario, Erri De Luca dipinge il ritratto di un uomo dfazione che, per vecchiaia e per mille sue ragioni, sceglie la passività. Salvo poi usare parole e frasi che trasudano desiderio di non essere estraneo, ma di partecipare alla vita che gli scorre davanti. E ci prova anche, pur se il suo tentavo fallirà, malgrado tutto. È questo attivismo nervoso che dà unfanima al romanzo e lo riscatta delle sue debolezze.

LO STRANIERO e TRE CAVALLI, due romanzi dal peso specifico diverso, per storia e calibro degli autori. Però due romanzi che mettono al centro lfuomo e il suo inserirsi vivere la realtà che lo circonda, il suo sentirsene estraneo.  


Due romanzi su Dio e l'uomo: in uno il protagonista è un padre di famiglia che vede Dio dappertutto, nell'altro invece si parla del medici che diventano come Dio, dovendo decidere sulla vita o la morte delle persone giorno dopo giorno.

Michel Tournier ci racconta, nel suo ELEAZAR OVVERO LA SORGENTE E IL ROVETO, del viaggio nella selvaggia America di un pastore irlandese con la sua famiglia. Attraverso uno stile di scrittura sobrio e intrigante, vengono descritte le vicende di quest'uomo ormai vecchio e ossessionato dall'Antico Testamento. E così le solite immagini del Far West con indiani, cow boy e sparatorie acquisiscono un aspetto quasi surreale, una dimensione nuova. Come anche i rapporti tra nuovi immigrati e tutti gli altri che, più o meno, intuiscono questa religiosità e non possono fare a meno di rispettarla, aiutando quegli sconosciuti. Leggendo sembra quasi che Dio è in terra, incarnatosi nel protagonista del racconto che, solo, riesce a cogliere l'intimo parallelismo tra parole sacre e vita reale.

Al contrario, Ugo Barbara e il suo DESIDERO INFORMARLA CHE LE ABBIAMO TROVATO UN CUORE è ambientato nei giorni nostri, con un giovane protagonista che si vede dato il compito di dare un'anima a un famoso cardio-chirurgo. Questi, come Dio, di solito vede i suoi pazienti come corpi o poco più , cose da tagliare e cucire. Ma ora deve scegliere tra due persone quella a cui donare la vita, facendo un trapianto. E questo cardio-chirurgo chiede al giovane, e disprezzato, medicastro di consigliarlo nella scelta. Il curioso è che il protagonista è un laureato in psichiatria il cui lavoro dovrebbe essere proprio quello di vedere i pazienti come uomini con cui lavorare, non come persone a cui si può dare o togliere la vita. E infatti il finale è conseguente.

ELEAZAR OVVERO LA SORGENTE E IL ROVETO e DESIDERO INFORMARLA CHE LE ABBIAMO TROVATO UN CUORE sono due romanzi diversi per ambientazione e storia, ma altrettanto convincenti e capaci di accompagnare il lettore fino alla fine del libro. Caratteristica, quest'ultima, da non sottovalutare.

Dolore come malattia insieme a una malattia che è dolore. Se Guibert in LE REGOLE DELLA PIETÀ è crudo e diretto, anche nell`esprimere il suo rabbioso auto-isolamento, Scerbanenco in NON RIMANERE SOLI è dolcemente amaro, disperatamente solo. Due modi di descrivere un dolore, due modi di parlare di morte.

Hervé Guibert ci parla, nel suo LE REGOLE DELLA PIETÀ, di cosa vuol dire scoprirsi malato di Aids, di scoprire la fragilità del proprio corpo, giorno dopo giorno. E come ribellarsi a tutto questo, inutilmente. Un individuo che lotta, che smania di poter lottare. Ma che sa benissimo che è tutto inutile: siamo agli inizi degli anni 90, l'Aids è un male quasi sconosciuto e l'autore sà di non avere scampo. Questa dolorosa coscienza traspare continuamente, visto che il protagonista è abituato a ben altro attivismo. Protagonista e autore sono gli stessi: questo romanzo è, si potrebbe dire, un diario romanzato in quanto reso pubblicabile.

Il romanzo di Giorgio Scerbanenco è anche lui un diario romanzato, anche se lo spazio di finzione è molto maggiore. Qui si parla di un'altra malattia, quella della solitudine. Nel suo NON RIMANERE SOLI si intrecciano le storie di tre persone che si scoprono forti e vive solo quando sono tutte riunite. In quel momento splendono, si potrebbe dire. Ma poi la guerra li costringe a dividersi. Peggio, obbliga il centro di questo trio virtuoso, una donna, ad allontanare da sé gli altri, condannandosi alla solitudine. E solo lei ne sopravviverà


Un romanzo, quindi una favola ben raccontata, messo accanto al diario di una esperienza vera. Accomunati dall'avere entrambi come protagonista un medico italiano che va in Africa a prestare il suo aiuto.

In IMPRESA SENZA FINE si parla di due fratelli spiantati che scoprono il segreto del capitalismo vero (non lavorare mai personalmente, fai lavorare gli altri per te e guadagnaci sopra) e uno dei due lascia tutto, diventa medico e se ne va. E se nel romanzo di Barbaro il punto di vista è del fratello che resta (e che finanzia l'altro), nel diario DOTTORE, È FINITO IL DIESEL sembra di veder parlare il fratello buono, quello che ha lasciato tutto per migliorare il mondo. Nello specifico se ne va in Uganda a salvare la gente tra guerriglieri e corruzione.

I libri sono diversi, gli autori e lo scopo anche: uno è un buon romanzo, scritto con ritmo e gusto, mentre l'altro è un diario che si legge anche con fatica, a volte. Entrambi però sono onesti, e questo li salva.

DOTTORE È FINITO IL DIESEL è quello che ci si potrebbe aspettare, un libro che parla di cose vere e tragiche in modo scorrevole con l'intento di fare anche dell'umorismo. A volte è anche un po' troppo moraleggiante e di parte, confuso e polemico. Ma la cosa è accettabile proprio perché si tratta del diario di una persona vera, non delle vicende di un eroe fantastico in un mondo astratto.

IMPRESA SENZA FINE è un romanzo tranquillo e scorrevole che, pur parlando di fatti di fantasia, non rinuncia a proporre con chiarezza una chiave di lettura del nostro mondo. In questo caso è più chiaro il ruolo dello scrittore, nel rendere digeribile una trama che altrimenti rischierebbe di essere antipatica, trattando anche di economia e di come fare i soldi. In un'ambientazione come Venezia, poi...


Voglio parlare di due romanzi che ho letto ultimamente e che mi hanno colpito. Si tratta de IL LATTE È BUONO di Garane Garane e di SCRITTURA CUNEIFORMEdi Kader Abdolah

I due libri hanno una caratteristica in comune: sono entrambi scritti da scrittori esiliati che usano la lingua di adozione e seguono uno schema simile.

Due parole sugli autori: il primo, Garane Garane, è un somalo educato nelle scuole italiane a Mogadiscio e cresciuto col mito dell'Italia. Discendente di una stirpe reale, i suoi parenti più stretti hanno sempre ricoperto ruoli politici importanti. Proprio per questo si è poi ritrovato in esilio, un volontario esilio, prima in Italia e infine negli USA, dove lavora all'università come dirigente. Il suo libro è scritto, sin dall'inizio, in italiano.

L'altro autore, Kader Abdolah, è invece un iraniano nato in campagna e poi ammesso all'università di Teheran, dove è diventato un attivista comunista contro il regime dello scià. Con l'avvento di Khomeini è diventato un perseguitato politico ed è fuggito in Olanda. Una volta là ha appreso la lingua ed è diventato un noto opinionista. L'originale del suo romanzo è in olandese.

Tutti e due vogliono raccontarsi e spiegare il loro stato, il loro essere tra due culture, tra due identità. E lo fanno raccontando la loro storia, cominciando l'iraniano dal padre e Garane dalla nonna. A parte le differenze degli eventi (in un caso parliamo di una futura regina la cui famiglia gode e godrà dei privilegi legati al rango, nell'altro assistiamo alle vicende di un povero sordomuto che a stento riesce a trovare un proprio ruolo nel mondo) i due romanzi hanno qualcosa in comune: raccontano di una modernizzazione come una cosa subita, imposta. Un processo che obbliga i protagonisti a accettare delle nuove identità che li rendono diversi dagli altri. Cosa che poi li trasformerà in indesiderabili e perseguitati.

Entrambi non sono apertamente perseguitati, non c'è un cartello con il loro nome e la taglia e cose simili: eppure entrambi non ne hanno bisogno per capire la realtà che li aspetterebbe se non rimanessero all'estero. Loro sanno di essere in pericolo se tornano e nello stesso momento sanno anche di appartenere a quelle stesse terre che ora li rifiutano e di cui loro, in cambio, riscoprono la cultura. Spia di questa "riscoperta" è la scelta di usare nei titolo delle frasi altamente simboliche: nel caso di Garane Garane IL LATTE È BUONO, il testo di un proverbio tradizionale contiuamente ripetuto nel testo, segno di una cultura orale. Invece Kader cita la SCRITTURA CUNEIFORME, ovvero una scritta quasi sacrale custodita dentro una caverna e il cui significato nessuno conosce. E che è poi una delle frasi più conosciute nell'archeologia: Io sono il re dei re.