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LE MIE RECENSIONI
Questo è l'archivio delle recensioni che ho fatto io
sui libri degli altri e che ho poi pubblicato sul sito
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NEL
GIAPPONE DELLE DONNE di Antonietta Pastore e GIORNI
GIAPPONESI di Angela Staude in Terzani sono due esempi antitetici di come
scrivere un saggio su un paese lontano, possibilmente sconosciuto ai più
e, forse anche per questo, circondato da leggende e razzismo in modo notevole.
Il libro di Antonietta
Pastore riesce a parlarci di leggi, statistiche e femminismo senza per
questo annoiarci. Il che è una cosa difficile per un saggio che, sin dal
titolo di parte, potrebbe anche non invitare alla lettura. E invece prende,
cattura e intriga attraverso dei ritratti veri di tante donne reali, conosciute
e frequentate per anni dallfautrice. In questo modo il Giappone diventa
qualcosa di vivo, descritto direttamente senza filtri, neanche linguistici. E ne
vengono registrati anche i mutamenti più recenti, grazie a una
frequentazione che non si è mai interrotta, anche dopo il ritorno della
Pastore nella sua Torino.
Al contrario
manca di aggiornamento il libro di Angela
Staude in Terzani: si tratta semplicemente della riproposizione pari pari
del suo diario, scritto durante il lungo (???) soggiorno a Tokyo con il marito.
Niente è stato aggiornato o corretto, perfino i pochi termini giapponesi
usati sono sbagliati: si parla del Giappone come appariva alla fine degli anni
f80, quasi venti anni fa, spacciandolo come uguale a quello attuale. Il lato
positivo di questo scritto è nellfosservare come, dalle sue pagine,
emergano chiaramente tutti i problemi di interpretazione che una realtà
complessa come quella giapponese puo` creare su degli stranieri
gimpreparatih allfimpatto, come Angela Terzani ammette di essere nella sua
prefazione.
NEL
GIAPPONE DELLE DONNE e GIORNI
GIAPPONESI sono due saggi che rappresentano i due estremi di come uno
straniero possa descrivere un paese a lui estraneo. Antonietta Pastore cerca
solo di ascoltare e descrivere, senza pretendere di interpretare, tracciando una
successione di ritratti. Al contrario la Terzani si sforza eroicamente di capire
tutto e giudicare tutto senza considerare le persone vere ma i loro riflessi
negli articoli e nei discorsi altrui. Ma di questo aveva parlato anche Said.
Albert
Camus e il suo LO STRANIERO, Erri
De Luca e il suo TRE CAVALLI: due romanzi che mettono al centro della trama
un singolo uomo con le sue emozioni e al cui servizio usano il linguaggio più
adatto.
Albert
Camus ci racconta lfestraniazione totale del protagonista e il suo agire
quasi passivo, casuale. Tanto casuale che alla fine uccide senza neanche
rendersene conto. Ma non cfè rimorso, non cfè pentimento o
altre cose: tutto accade perché così deve accadere. Un anti-eroe
verrebbe da dire, ma che nella sua completa estraneità alla vita che gli
scorre intorno ci fa vibrare qualcosa dentro, ce lo fa sentire più vicino
di quanto vorremmo. E più reale e vivo per la sua totale mancanza di
banalità.
Al contrario, Erri
De Luca dipinge il ritratto di un uomo dfazione che, per vecchiaia e per
mille sue ragioni, sceglie la passività. Salvo poi usare parole e frasi
che trasudano desiderio di non essere estraneo, ma di partecipare alla vita che
gli scorre davanti. E ci prova anche, pur se il suo tentavo fallirà,
malgrado tutto. È questo attivismo nervoso che dà unfanima al
romanzo e lo riscatta delle sue debolezze.
LO
STRANIERO e TRE
CAVALLI, due romanzi dal peso specifico diverso, per storia e calibro degli
autori. Però due romanzi che mettono al centro lfuomo e il suo
inserirsi vivere la realtà che lo circonda, il suo sentirsene estraneo.
Due romanzi su
Dio e l'uomo: in uno il protagonista è un padre di famiglia che vede
Dio dappertutto, nell'altro invece si parla del medici che diventano come Dio,
dovendo decidere sulla vita o la morte delle persone giorno dopo giorno.
Michel
Tournier ci racconta, nel suo ELEAZAR
OVVERO LA SORGENTE E IL ROVETO, del viaggio nella selvaggia America di un
pastore irlandese con la sua famiglia. Attraverso uno stile di scrittura sobrio
e intrigante, vengono descritte le vicende di quest'uomo ormai vecchio e
ossessionato dall'Antico Testamento. E così le solite immagini del Far
West con indiani, cow boy e sparatorie acquisiscono un aspetto quasi surreale,
una dimensione nuova. Come anche i rapporti tra nuovi immigrati e tutti gli
altri che, più o meno, intuiscono questa religiosità e non
possono fare a meno di rispettarla, aiutando quegli sconosciuti. Leggendo sembra
quasi che Dio è in terra, incarnatosi nel protagonista del racconto che,
solo, riesce a cogliere l'intimo parallelismo tra parole sacre e vita reale.
Al contrario,
Ugo Barbara e il suo DESIDERO
INFORMARLA CHE LE ABBIAMO TROVATO UN CUORE è ambientato nei giorni
nostri, con un giovane protagonista che si vede dato il compito di dare un'anima a un famoso cardio-chirurgo. Questi, come Dio, di solito vede i suoi
pazienti come corpi o poco più , cose da tagliare e cucire. Ma ora deve
scegliere tra due persone quella a cui donare la vita, facendo un trapianto. E
questo cardio-chirurgo chiede al giovane, e disprezzato, medicastro di
consigliarlo nella scelta. Il curioso è che il protagonista è un
laureato in psichiatria il cui lavoro dovrebbe essere proprio quello di vedere i
pazienti come uomini con cui lavorare, non come persone a cui si può dare
o togliere la vita. E infatti il finale è conseguente.
ELEAZAR
OVVERO LA SORGENTE E IL ROVETO e DESIDERO
INFORMARLA CHE LE ABBIAMO TROVATO UN CUORE sono due romanzi diversi per
ambientazione e storia, ma altrettanto convincenti e capaci di accompagnare il
lettore fino alla fine del libro. Caratteristica, quest'ultima, da non
sottovalutare.
Dolore come malattia insieme a una malattia che è dolore. Se Guibert
in LE REGOLE DELLA PIETÀ è crudo e diretto, anche
nell`esprimere il suo rabbioso auto-isolamento, Scerbanenco
in NON RIMANERE SOLI è dolcemente amaro, disperatamente solo. Due
modi di descrivere un dolore, due modi di parlare di morte.
Hervé
Guibert ci parla, nel suo LE
REGOLE DELLA PIETÀ,
di cosa vuol dire scoprirsi malato di Aids, di scoprire la fragilità del
proprio corpo, giorno dopo giorno. E come ribellarsi a tutto questo, inutilmente. Un
individuo che lotta, che smania di poter lottare. Ma che sa benissimo che è tutto inutile: siamo agli inizi degli anni 90, l'Aids
è un male quasi sconosciuto e l'autore sà
di non avere scampo. Questa dolorosa coscienza traspare continuamente, visto che
il protagonista è abituato a ben altro attivismo. Protagonista e autore
sono gli stessi: questo romanzo è, si potrebbe dire, un diario romanzato
in quanto reso pubblicabile.
Il romanzo di Giorgio Scerbanenco è anche lui un
diario romanzato, anche se lo spazio di finzione è molto maggiore. Qui si
parla di un'altra malattia, quella della solitudine. Nel suo NON
RIMANERE SOLI si intrecciano le storie di tre persone che si scoprono forti
e vive solo quando sono tutte riunite. In quel momento splendono, si potrebbe
dire. Ma poi la guerra li costringe a dividersi. Peggio, obbliga il centro di
questo trio virtuoso, una donna, ad allontanare da sé
gli altri, condannandosi alla solitudine. E solo lei ne sopravviverà.
Un romanzo,
quindi una favola ben raccontata, messo accanto al diario di una esperienza
vera. Accomunati dall'avere entrambi come protagonista un medico italiano che
va in Africa a prestare il suo aiuto.
In IMPRESA
SENZA FINE si parla di due fratelli spiantati che scoprono il segreto del
capitalismo vero (non lavorare mai personalmente, fai lavorare gli altri per
te e guadagnaci sopra) e uno dei due lascia tutto, diventa medico e se ne va.
E se nel romanzo di Barbaro il punto di vista è del fratello che resta (e
che finanzia l'altro),
nel diario DOTTORE,
È FINITO IL DIESEL sembra di veder parlare il fratello buono,
quello che ha lasciato tutto per migliorare il mondo. Nello specifico se ne va
in Uganda a salvare la gente tra guerriglieri e corruzione.
I libri sono
diversi, gli autori e lo scopo anche: uno è un buon romanzo, scritto con
ritmo e gusto, mentre l'altro è un diario che si legge anche con
fatica, a volte. Entrambi però sono onesti, e questo li salva.
DOTTORE
È FINITO IL DIESEL è quello che ci si potrebbe aspettare, un
libro che parla di cose vere e tragiche in modo scorrevole con l'intento di
fare anche dell'umorismo. A volte è anche un po' troppo moraleggiante
e di parte, confuso e polemico. Ma la cosa è accettabile proprio perché
si tratta del diario di una persona vera, non delle vicende di un eroe
fantastico in un mondo astratto.
IMPRESA
SENZA FINE è un romanzo tranquillo e scorrevole che, pur parlando di
fatti di fantasia, non rinuncia a proporre con chiarezza una chiave di lettura
del nostro mondo. In questo caso è più chiaro il ruolo dello
scrittore, nel rendere digeribile una trama che altrimenti rischierebbe di
essere antipatica, trattando anche di economia e di come fare i soldi.
In un'ambientazione come Venezia, poi...
Voglio parlare di due romanzi che ho letto ultimamente e che mi hanno
colpito. Si tratta de IL
LATTE È BUONO di Garane Garane e di SCRITTURA
CUNEIFORMEdi Kader Abdolah.
I due libri hanno una caratteristica in
comune: sono entrambi scritti da scrittori esiliati che usano la lingua di
adozione e seguono uno schema simile.
Due parole sugli autori: il
primo, Garane Garane, è un somalo educato nelle scuole italiane a
Mogadiscio e cresciuto col
mito dell'Italia. Discendente di una stirpe reale, i suoi parenti più stretti
hanno sempre ricoperto ruoli politici importanti. Proprio per questo si è
poi ritrovato in esilio, un volontario esilio, prima in Italia e infine negli
USA, dove lavora all'università come dirigente. Il suo libro è
scritto, sin dall'inizio, in italiano.
L'altro autore, Kader Abdolah,
è invece un iraniano nato in campagna e poi ammesso all'università
di Teheran, dove è diventato un attivista comunista contro il regime dello scià.
Con l'avvento di Khomeini è diventato un perseguitato politico ed
è fuggito in Olanda. Una volta là ha appreso la lingua ed
è diventato un noto opinionista. L'originale del suo romanzo è in
olandese.
Tutti e due vogliono raccontarsi
e spiegare il loro stato, il loro essere tra due culture, tra due identità.
E lo fanno raccontando la loro storia, cominciando l'iraniano dal padre e
Garane dalla nonna. A parte le differenze degli eventi (in un caso parliamo di
una futura regina la cui famiglia gode e godrà dei privilegi legati al
rango, nell'altro assistiamo alle vicende di un povero sordomuto che a stento
riesce a trovare un proprio ruolo nel mondo) i due romanzi hanno qualcosa in
comune: raccontano di una modernizzazione come una cosa subita, imposta. Un
processo che obbliga i protagonisti a accettare delle nuove identità che
li rendono diversi dagli altri. Cosa che poi li trasformerà in
indesiderabili e perseguitati.
Entrambi
non sono apertamente perseguitati, non c'è un cartello con il loro nome
e la taglia e cose simili: eppure entrambi non ne hanno bisogno per capire la
realtà che li aspetterebbe se non rimanessero all'estero. Loro sanno di essere in pericolo se tornano e
nello stesso momento sanno anche di appartenere a quelle stesse terre che ora li
rifiutano e di cui loro, in cambio, riscoprono la cultura. Spia di questa
"riscoperta"
è la scelta di usare
nei
titolo delle frasi altamente simboliche: nel caso di Garane Garane
IL
LATTE È BUONO, il testo di un proverbio tradizionale contiuamente ripetuto
nel testo, segno di una cultura orale. Invece Kader cita la
SCRITTURA
CUNEIFORME, ovvero una scritta quasi sacrale custodita dentro una caverna e
il cui significato nessuno conosce. E che è poi una delle frasi più
conosciute nell'archeologia: Io sono il re dei re.
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