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Come in uno specchio logoro dal tempo, che rimanda immagini strappate alla
realtà, i personaggi del libro di Montanari si muovono dentro un arco
temporale che ne modifica i contorni, dissolvendo persino l'elemento
significante di ognuno di loro. La rappresentazione dell'assurdo così
sapientemente descritta attraverso i personaggi di Montanari, ci mostra il volto
di un dio lucreziano, una divinità criminale che schiaccia l'uomo e lo
nega, in una scansione storicistica che materializza mostri dall'esasperato
individualismo. Nonostante il continuo pungolo di Caterina, né Alfredo né
Bruno sembrano cogliere l'invito a far meglio. Il loro meglio procede con
un'andatura zoppicante, per realizzare azioni individuali di minimo spessore. C'è
una costante attenuazione dei propri compiti che trovano, solo per un attimo,
una variazione più tonica nell'imminenza dell'intervista. Montanari
coglie gli aspetti più centrali di una serie di fatti che si legano gli
uni agli altri, in una sequenza spazio- temporale che legittima più di
una domanda. Si sperimenta, così, la costante seduzione di una voglia di
riscatto, attenuata nei contenuti, quanto velleitaria negli intenti. I dialoghi
sempre fedeli ai personaggi, si snodano lungo una scala diacronica che impedisce
persino alla cronaca giornaliera, quella minuta, di entrare quasi con violenza
in quel mondo di tutti i giorni, incapace di stabilire una relazione fra realtà
e finzione. Alfredo scopre da dietro la sua sghemba cecità, che il mondo
fuori è probabilmente soltanto dolore, inganno, intriso di un potere
misterioso e irresistibile come una forza della natura, o come la stessa vita.
L'evocazione di una quotidiana monotona integrità, regnante in un periodo
di particolare delicatezza, dove gli equilibri socio-politici sono sul punto di
implodere, diventa valore-base, nonché accettazione di traguardi minimi
che rispettano questa integrità. A differenza de l'Homme rèvolté
di Camus, dal quale traspare la richiesta di una maggiore consapevolezza da
parte dell'uomo di mettere da parte la propria angoscia di fronte al destino, ed
assumere piena coscienza della sua situazione reale, sperando di avere fiducia
nel futuro e nell'uomo stesso, dal libro di Montanari viene fuori un quadro
allegorico dove i personaggi si incontrano per dare vita ad una richiesta
risarcitoria, che stuzzica piacevolmente il futuro di Bruno e Caterina,
abilmente nascosti dietro la maschera di possibili beneficati, mentre assolve il
passato di Alfredo con il riconoscimento della presunta invalidità. La
misura della loro complicità viene fornita dall'apparente, mistificante
lettura di un " falso" giornale che da " false" notizie,
frammentando la realtà attraverso un metalinguaggio, volto più
alla teorizzazione di ciò che è "male", piuttosto che
alla ricerca concreta di soluzioni adeguate che smontino il concetto di torpida
acquiescenza, di inutilità della lotta contro il dolore e contro
l'ingiustizia. L'ignobile atteggiamento di Alfredo nel dichiararsi appartenente,
in passato, ad un servizio segreto parallelo a quello ufficiale, sfocia in un
gesto meschino, beffardo: colui che teneva sotto al suo comando coorti di
piccoli uomini obbedienti, togliendosi gli occhiali da "cieco" mostra
un aspetto della sua personalità obliqua, intrisa di codardia, perché
impossibilitata a comprendere, ad ascoltare. La forza del racconto di Montanari
sta proprio nel denunciare, con onestà intellettuale, l'assenza di
qualsiasi etica nel comportamento dei personaggi principali: Alfredo, Bruno,
Caterina e Daniela, in seconda battuta.. La "A" di Alfredo, e a
seguire la "B" di Bruno, la "C" di Caterina, la
"D" di Daniela, rappresentano una sorta di grammatica della creazione,
calata in una cosmogonia intraducibile. Una lettura al contrario, detronizza un
uomo compiaciuto dei suoi ricordi, che tenta di conservare un brandello di
dignità appoggiandosi a Bruno, sul quale sa di poter sempre contare.
Impudica complicità, smascherata tardivamente dalle impennate di
Caterina, a cui non fanno seguito obiezioni e comportamenti positivi, per una
riscoperta della propria storia, in un sussulto d'orgoglio, razionale e
fondante. Montanari spinge i suoi personaggi fuori dalla tranquillizzante
ghettizzazione esistenziale, invitandoli ad assaporare il rifiuto di una morte
sociale inevitabile. L'impianto pedagogico dell'autore, intende scardinare,
pertanto, quelle false rappresentazioni di una società dove "la
polizia arriva sempre in ritardo", le cose "è così che
debbono andare", per ridare smalto e spessore a quelle "pratiche
quotidiane" che tendono al ri-acquisto di una "prassi" sistemica,
come risposta ad un fatalismo sempre provvisorio, e mai creativo.
Salvo
Ferlazzo
(Progetto
Babele Speciale Recensioni, p.4)
Basta domandare è un'opera teatrale
in due atti per quattro personaggi. In una struttura semplice quanto d'effetto,
Marco Montanari dà vita ad un microcosmo popolato da quattro personaggi
che nel corso delle pagine si svelano al pubblico, mostrando la loro vera
personalità nascosta.
Uno svelamento lento, sottile ma intrigante
che prende il lettore che subito si sente spettatore. Un lavoro, quello di Basta
domandare che parte dal pubblico e si rapporta continuamente con lui, lo
coinvolge continuamente.
Tutti i personaggi sono seduti in platea e
da lì partono per entrare in scena, aprendo una porta immaginaria che
delimita la casa entro cui si svolge tutta l'azione. Più volte poi, nel
testo, i personaggi si rivolgono direttamente al loro interlocutore primario, il
pubblico con g a séh, rimandi di proprie sensazioni ed emozioni,
trasferiscono quanto avviene in scena al pubblico.
Nel piccolo microcosmo i quattro personaggi
sono sempre in scena, o meglio, quando non sono in scena Marco Montanari li
colloca su alcune sedie che sono poste lateralmente e quando si siedono calzano
delle maschere. È un modo molto interessante per marcare il confine
sottile fra la presenza e assenza dell'attore sulla scena.
L'azione si svolge all'interno di
un'abitazione, una sala da pranzo, uno spazio unico entro cui si muovono
Alfredo, un uomo di mezz'età, cieco di guerra ma non per questo vittima,
come specifica lui stesso in una battuta; Bruno, un ragazzo ex obiettore di
coscienza rimasto al servizio di Alfredo da ben 5 anni; Caterina, la sua
fidanzata, studentessa fuori corso, accanita femminista che non perde una
battuta per esprimere tutta la sua femminilità; Daniela, una giornalista
alle prime armi, impacciata ma tenace, che come un deus-ex-machina arriverà
nel secondo tempo e, inconsapevolmente, contribuirà a svelare la realtà
e a far emergere, anche se per poco, l'altra maschera che convive in ognuno di
noi ed anche, in questi personaggi.
Sin dall'inizio si delineano i personaggi,
la prima maschera che Montanari ha voluto che fosse da loro espressa.
Alfredo, che nonostante la sua cecità
si muove bene nella sua casa, ma ha bisogno sempre di qualcuno di su fidarsi e
affidarsi. Così, lo stesso Bruno che non fa che aumentare questa
dipendenza di Alfredo da lui, senza il quale, ormai, non fa un passo.
Ma cosa assai più grave agli occhi
del pubblico è la meschinità di
Bruno che, per creare questa dipendenza assoluta si spinge ben oltre e lo porta
a creare attorno ad Alfredo un mondo fittizio, creato da lui, entro cui
manipolare la vita dell'uomo.
Molto forte ed evidente è il momento
in cui Bruno introducendo una cassetta registrata nel mangianastri, lo accende e
fa arrivare alle orecchie di Alfredo un radio-giornale fittizio, che riporta
volutamente notizie di un mondo violento e crudele.
È interessante come il pubblico
assiste, in questo modo ad una doppia messa in scena; da un lato la
rappresentazione di Basta domandare e al suo interno, quella di Bruno che
crea come un piccolo scenario per poter giocare la propria commedia,
In questo modo si viene a creare un
microcosmo chiuso, irreale, ma Bruno e Caterina non perdono mai il apporto con
la realtà, rapportandosi sempre al pubblico, rendendolo così
partecipe anche alla loro piccola messa in scena personale.
Caterina, appare un personaggio femminile
molto diretto ehfemministah con un linguaggio semplice; la gsbobbah
riferita alla cena da preparare, gli gstraccihh riferiti agli abiti di
Alfredo, e tante altre espressioni che colorano il suo personaggio. Ma è
anche la donna che è rimasta accanto a Bruno in questo suo progetto
meschino ed è lei, però, che aiuta la giornalista Daniela, ad
arrivare alla verità.
Daniela e l'altra faccia della femminilità.
Il suo arrivo viene annunciato alla fine del primo atto e dà
l'avvio al secondo, sempre partendo dalla platea. Già dalla sua
entrata si nota un cambio di situazione. Bruno, sentendo bussare l'inviato del
quotidiano gLa Libertà h, nonostante l'avesse chiamata lui,
nonostante avesse progettato lui l'intervista e per scopi ben precisi, si agita,
s'innervosisce e chiede a Caterina di aprire la porta. Quest'ultima, ovviamente,
non vuole ricevere ordini da un uomo e si siede, chiudendosi a bracce conserte.
Dopo alcuni momenti in cui la scena ci
mostra Daniela che bussa alla porta immaginaria di quel mondo fittizio, suona
ripeturamente, chiama ma invano, e al suo interno, Bruno che si agita e non
vuole aprire, Caterina che offesa si siede al tavolo, dopo aver delineato questa
scena, Montanari spinge il suo Alfredo ad andare personalmente ad aprire la
porta alla giornalista.
Lui, il cieco di guerra, l'uomo che non
poteva fare un passo da solo, senza il suo fido Bruno, ora affronta con
imponenza l'inviata del giornale.
Da quel momento si invertono i ruoli,
fuoriescono nuovi caratteri, i personaggi prendono vita in modo diverso,
mostrano le sfumature e le contraddizioni che portiamo tutti dentro di noi.
Dalle contraddizioni personali a quelle della società.
Perché in Basta domandare
Marco Montanari affronta ed introduce anche l'argomento politico, ma solo nel
finale e senza strumentazioni di sorta. Sempre in crescendo ci mostra un
personaggio come Alfredo che cerca una "giustizia giusta" e che
"non vuole vedere la realtà con i propri occhi, con la propria
testa, ma si accontenta di quello che gli dicono gli altri, si affida... Ecco,
quello è come un cieco."
La simbologia con lo Stato e la società
è sottile ma evidente, la ricerca di una giustizia, la volgia di cambiare
le cose, o di non volerle vedere con una finta cecità, e la rassegnazione
poi, una volta trovatisi di fronta alla verità, di non poterle o volerle
cambiare.
Allora, ecco che nel finale, nonostante i
colpi di scena, nonostante lo svelamento della doppia maschera dei pwersonaggi,
nonostante tutto ciò, immortalati nella foto per il giornale "La
Libertà", Bruno e Caterina rimangono sconvolti dalla verità e
dal fallimento del loro progetto che si è rivelato un fiasco rispetto a
progetti molto più astuti che erano stati perpretati. Ma poco dopo,
subito dopo, ritornano al loro stato di 'cecità' fittizia, loro, i
vedenti, accettano cio che hanno appena saputo, riprendono la vita di sempre,
rassegnandosi a un cambiamento personale e sociale.
Monica Cardarelli
(Terza Pagina num.3, pp,39-40-41)
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