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FANTASMAGORICI I SOGNI DI ORFEO
UNA letteratura poco
praticata, in Italia, fa costantemente riferimento all'universo dell'inconscio come
qualcosa che si oppone al piattamente concreto, al fisicamente
catturabile. E' la conseguenza, questa, del tentativo di sfondare
il reale attraverso l'immaginifico.
Pratica narrativa che ha contagiato
specie gli americani e che è arrivata
in fretta anche da noi. Ne è un
esempio il nuovo libro di Marco
Montanari (che attualmente vive a Tokyo, dove si occupa della diffusione
della lingua italiana. Collabora alla
rivista di letteratura "Progetto
Babele" e al periodico di arte contemporanea "Il Segno").
Il romanzo "Orfeo confuso"
è stato pubblicato dalla lanciatissima
casa editrice Neftasia di Pesaro nella
collana Pantarèi, curata
direttamente dall'editrice Stefania
Campanelli. Un racconto fresco,
vibratile, dal ritmo incalzante.
Montanari ha scritto un "decalogo" di sogni e di realtà
intrecciati in una fantasmagorica correlazione. Il viaggio in Giappone
per un convegno di psichiatria, diventa l'occasione per un percorso
individuale di scoperta, di rimozione e di interrogazione. Il
protagonista di "Orfeo confuso",
Elio Rovellani, acutizza la versione del mito classico di Orfeo
ed Euridice specie nella sospensione tra il
bisogno di sapere e il freno del tabù. La traccia narrativa presenta una dicotomia volutamente
messa in circolo dall'autore. Salvezza e morte, preservazione
e finitudine sono l'effetto provocato
da un secondo livello di lettura,
oltre i fatti contingenti e la cronologica
sequenza del romanzo. E' il dramma
esistenziale che finisce per prendere
la mano, perché l'assenza senza rimedio tormenta i personaggi
(soprattutto nei dialoghi). Parallelo
al pensiero di Elio si snoda il cammino della
moglie, che parte dalla scelta estrema
e arriva direttamente alla morte passando per tutti gli aldilà possibili.
Fughe e ritorni, discese agli inferi e impeti surreali si alternano
in un procedimento all'insegna del
linguaggio scabro, sciolto. II viatico si costella di fili resistenti,
di riferimenti sottesi, di allusioni e
rimandi continui, di una costruzione
illogica come la confusione di Orfeo.
"La morte entra da cento
porte", pronuncia l'io narrante.
Marco Montanari guarda
in faccia il male e la paura ancestrale
dell'uomo. Lo fa senza timori in questo romanzo che sfida la fatalità e il destino, ma che soprattutto si oppone
alla nascita e alla morte come percorsi
troppo prevedibili per l'umanità
intera. La soluzione alternativa diventa
un'opzione, un diversivo, una
disperata volontà di cambiare le
carte in tavola. Anche il racconto
assume i contorni di questa tensione
perfino ambientale: "il mare
è completamente penetrato dal
sole; lì dove l'astro sta per scomparire,
una macchia sanguigna si allarga. Il
cielo ormai è vuoto, tranne
la parte ancora lucente che ha
assistito all'unione. Le onde sono più
leggere, stanche. La loro schiuma
è diventata un blando ricordo di
quello che era poco prima".
Montanari tradisce le regole del tempo e accede dove il finito e il
già dato non hanno più un ruolo insostituibile.
Capovolgere l'avventura: ecco
l'incipit che come un cerchio
che si chiude torna al punto
di partenza. La terra dei vivi e
il regno dei morti coincidono, se il narratore vuole: gIl dio la prende per mano e la fa scendere. Poi la guida sulla riva, lungo un breve sentiero in salita. Finito quest'ultimo,
le ordina di riaprire gli occhi.
La donna ubbidisce e nota che il
sole è più gentile".
(di
ALESSANDRO MOSCÈ
(Corriere
adriatico 5-5-2007)
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